(il Mattino 22 aprile 2018)

Basta con le marce. L’ho sentito spesso dire in occasioni pubbliche dal Questore di Napoli Antonio De Iesu ed io sono sostanzialmente d’accordo con lui. Dobbiamo smettere di marciare, perché le marce non cambiano la realtà. Non incidono sulla violenza sorda e cinica che con la logica del branco assedia continuamente territori che crede suoi. Non cambiano il destino dei giovani della nostra città, vittime e carnefici della violenza.

Ma la realtà cambia velocemente e soltanto chi si muove veloce, chi guarda più lontano può trovare lo slancio necessario per anticiparne la direzione senza rimanere vittima del destino. Soltanto il sacrificio e la determinazione al cambiamento rendono possibile trasformare l’aspirazione al cambiamento nella intenzione del cambiamento.

Questa riflessione in sostanza mi ha persuaso a promuovere con l’Associazione Artur insieme al Comune di Napoli alla Regione e al Coni una minamaratona di 5 km che da Piazza del Plebiscito attraverserà la città il prossimo 27 maggio con la presenza delle scuole, dei centri di promozione sportiva, degli sportivi professionisti ed amatoriali e di tutti i cittadini di ogni età che avranno voglia di sottolineare con la loro partecipazione l’impegno contro la violenza. E tra tutti, correrà anche Arturo, il 17enne lasciato quasi senza vita nel suo sangue un pomeriggio di dicembre. E allora “Corri contro la violenza” ci è sembrato il titolo più adatto a rappresentare il bisogno di scappare dalla violenza o per meglio dire che la violenza va messa in fuga.

A parte queste metafore, abbastanza scontate, la corsa è di per sé il paradigma del sacrificio e dello sforzo. Per correre è necessaria una meta, una direzione, un traguardo da raggiungere. Ma bisogna soprattutto allenarsi e questo richiede tempo e impegno, per allungare il fiato, per finalizzare l’obiettivo.

Questo è l’approccio che a mio avviso deve guidare la battaglia contro la violenza.

Oggi le tecnologie ci stanno abituando all’idea di riuscire a fare sempre più cose con minore sforzo.  Stiamo crescendo figli che qualcuno ha definito generazione “App”, ragazzi che per affrontare qualsiasi problema cercano una scorciatoia, una corsia preferenziale. Non scrivono più ma registrano audio file, non traducono cercando le parole nel dizionario ma chiedono all’assistente vocale di cercarle per loro, non esprimono emozioni ma usano “emoticons” per rappresentarle, non cercano sfide relazionali ma si nutrono di “like” per gratificarsi. Tulle queste possibilità li stanno danneggiando, sopprimendo la loro capacità di iniziativa e di allenamento allo sforzo; hanno smesso di desiderare, di esplorare possibilità, di cercare alternative ma soprattutto stanno mancando l’appuntamento formativo con l’impegno e il sacrificio. Recentemente Giovanni Floris nel suo libro “Ultimo banco” lamenta una scuola che ha smesso di insegnare il rigore, l’impegno, il senso del dovere e del sacrificio e questo sarebbe alla base della gravissima mancanza del rispetto dell’autorità oggetto dei recenti gravissimi fatti di Lucca. La scuola non cè la fa anche perché le famiglie non corrispondono a questo impegno in maniera condivisa. Un tempo infatti il confine tra l’autorità della scuola e quella della famiglia era inesistente. Queste due agenzie formative si collocavano assolutamente lungo un continuum socio-culturale; oggi le intenzioni di queste due istituzioni appaiono divaricate. Genitori sempre meno capaci di insegnare il senso del limite e dell’invalicabile ma sempre più complici dei loro figli in maniera amicale.

Ed è forse questa una delle ragioni all’origine della violenza, espressione diretta di ragazzi ignari del senso del limite, sempre meno orientati sul piano cognitivo ed emotivo, sempre meno capaci di scegliere autonomamente. Giovani apparentemente «iper-competenti» sul piano dei comportamenti tecnologici che tuttavia risultano visibilmente incompetenti sul piano del legame socio-relazionale che si rendono responsabili di quei gesti di insensata efferata crudeltà ai quali essi stessi non riescono a dare un senso. Questo essere iperconnessi-scollegati produce in loro una visibile anestesia emotiva, una evidente incapacità a percepire la risonanza dei loro atti.

Ecco perché ho ritenuto invitare tutti noi a questo impegno con un certo anticipo perché da qui al 27 maggio avremo un tempo per pensare, per prepararci, spendendo ogni giorno un tempo. gli obiettivi si perseguono con l’impegno concreto quotidiano, con la dedizione e la costanza. Questo può insegnare una gara podistica, questo è l’obiettivo di cui devono riappropriarsi i nostri figli e forse anche noi stessi. Ogni giorno un piccolo sforzo per essere consapevoli di avvicinarsi ad un obiettivo.